Riceviamo e volentieri pubblichiamo. A proposito di Spacca (del prima, del durante, e del dopo. E delle Marche.)

regione-marcheLa vecchiaia è prestigiosa soprattutto per chi

ha ricoperto cariche pubbliche,

e vale più di tutti i piaceri della giovinezza”

M.T. Cicerone

L’arte di invecchiare

XVII, 61

di Mariano Guzzini

Forse pure delle legislature regionali cominciate con la prima nel 1970 e arrivate alla nona l’8 aprile 2010 – Beethoven si fermerebbe, ma noi andiamo avanti – si potrebbe applicare l’aforisma di Ennio Flaiano, che scrisse: “I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume”.

Nel 1970 c’ero. Stavo terminando il corso di studi in scienze politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze dove mi sarei laureato l’anno dopo. Ricordo bene – quindi – il clima di speranze e di fiducia che accompagnò l’arrivo del nuovo ente in un mondo che allora era parecchio diverso da oggi, fortemente aduso a partecipare all’attività politica, anche studiando e confrontandosi.

Nel mio piccolo fondai la rivista “Marche oggi”, bimestrale di ricerca sociale, politica e culturale finanziato dal comitato regionale del Pci, che uscì puntualmente per sei anni, fino all’estate del 1980, accompagnando e commentando le prime quattro legislature regionali, e le esperienze dei presidenti, dall’osimano Giuseppe Serrini, democristiano, a Dino Tiberi, Adriano Ciaffi, tutti democristiani, fino all’ ”incoronazione” del primo presidente socialista, Emidio Massi.

Avendo questa esperienza alle spalle, ed altre ancora (nel 1997 collaboravo con Adriano Ciaffi nella direzione della rivista “Città regione”. In seguito per cinque anni sono stato capo di gabinetto della Presidenza del Consiglio regionale, all’epoca diretto dalla compagna Silvana Amati), probabilmente ho titolo per dire la mia sui giorni indimenticabili della Regione Marche, sugli altri che fanno volume, e su come sarebbe ragionevole affrontare le elezioni del 2015 che porteranno a dieci le legislature raggiungendo un traguardo che in genere produce celebrazioni e ricordanze, soltanto perché quando si fa cifra tonda pare di aver messo su chissà cosa.

Tutto questo per dire perché intervengo. Si tratta di un diritto che appartiene a qualsivoglia cittadino. Ma di questi tempi le Regioni sono fortemente disprezzate e criminalizzate. Sicché occorre giustificarsi, quando se ne parla, per evitare inquietanti sospetti. Più che l’esercizio di un diritto, si tratta infatti di una sfida contro il luogo comune e la chiacchiera etero diretta.

Tutto ciò premesso,

entriamo nel merito

Restando sul filo del ragionamento “storico” occorre osservare che non esistono uomini buoni per gestire tutte le stagioni. Questa banalità andrebbe applicata a tutti i vertici amministrativi locali, e ai parlamentari che vengono diciamo così “eletti”. Per un ragionamento completo – quindi – non si dovrebbe separare la vicenda regionale da quelle provinciali e comunali, e dalla dinamica di chi entra in Parlamento. Non credo di poterlo fare in questa sede, e me ne scuso. Se lo facessi non finirei più. Gli appunti diventerebbero un saggio, un pezzo abbondante di un libro. Invece questi fogli sono appunti di battaglia, materiali per ragionare assieme. Insomma un’altra cosa. Simile, ma non identica.

Chi nelle Marche ha potuto essere presidente per una sola legislatura (o addirittura per mezza, e ben due legislature su nove furono segnate da questo passaggio) non aveva handicap incurabili.

Più semplicemente aveva perso la fiducia della sua maggioranza naturale, nel gioco assai complicato dell’analogia con la formula vincente a livello nazionale e con il rispetto della rappresentanza geografica.

Il primo presidente della neonata regione Marche fu, come ho già ricordato, Giuseppe Serrini, che per entrare in consiglio regionale si dimise da presidente della Provincia di Ancona e da consigliere provinciale (ma non da presidente di Aerdorica). Affrontando le prime elezioni per la costituzione dell’ente regione, che si tennero il 7 ed 8 giugno 1970. Nelle stesse elezioni, ma con la scheda per il rinnovo del consiglio provinciale, fu eletto in Provincia il socialista jesino Alberto Borioni, che sostituì Serrini alla presidenza, avendo come suo vice il democristiano Enrico Pincini.

Le sinistre governarono unite la Provincia di Ancona soltanto a partire dalle successive elezioni (il memorabile 15 giugno 1975, quando il Pci ottenne undici milioni di voti, che all’epoca equivalsero al 32 e mezzo per cento dei votanti. Un italiano su tre votò comunista, si disse. E probabilmente andò così). Presidente restò Alberto Borioni.

Diventò suo vice il comunista Ferdinando Cavatassi, nato a San Benedetto del Tronto, che aveva dovuto dimettersi da consigliere regionale molto malvolentieri, e che restò vice-presidente della Provincia di Ancona fino al 1980, anno nel quale il Pci vinse le elezioni provinciali aumentando di un consigliere eppure venne estromesso dalla giunta per gli accordi nazionali stipulati da Craxi con la Dc.

Serrini, nato in Osimo, era preside delle medie Tommaseo di Ancona. Dopo due anni fu sostituito dall’urbinate Dino Tiberi, anche lui democristiano e anche lui insegnante e scrittore. Serrini muore in Ancona a 87 anni. Tiberi in Urbino a 89.

Avviare il regionalismo marchigiano ha fatto bene ad entrambi, almeno dal punto di vista della longevità. Del resto nella regione la vita media si allunga, e la longevità attiva pure, ponendo una questione molto netta quando, alla Leopolda e nelle simil leopoldine si sragiona di rottamazione e di ricambi esclusivamente generazionali.

Ma non è questa la sede per dipanare questo filo parecchio intrecciato, logoro ma tenuto in vita con l’accanimento terapeutico della demagogia cesarista.

Semmai è la sede per ricordare – brevemente, purtroppo – che cosa furono gli anni che accompagnarono l’avvio del nuovo ente di articolazione della vita democratica italiana.

Lo scenario più vasto

e molto più complesso

Nel 1970 era presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, e i governi (presieduti più volte da Mariano Rumor e una volta da Emilio Colombo) erano di centro sinistra, e produssero proprio nel 1970 oltre che l’attuazione dell’istituto regionale, lo statuto dei diritti del lavoratori (14 maggio), il referendum (21 maggio), il divorzio (al Senato il 9 ottobre: 164 a favore e 150 contrari). A Reggio Calabria ci furono veri e propri “moti” per avere l’ente regione lì (14 luglio). E non deve meravigliare che la destra si sentisse accerchiata, e preparasse un colpo di stato che capottò nel parcheggio il 7 dicembre, ma che dimostrò quante forze contrarie alla democrazia e sconosciute alla sinistra fossero già in campo (la loggia P2 di Licio Gelli, il piano Solo dei Carabinieri, la struttura segreta Gladio, e le organizzazioni più note quali Avanguardia Nazionale e la massa di manovra dell’eversione fascista).

Si notò allora che sulle sponde del mare Mediterraneo la democrazia fosse una forma di governo pochissimo praticata, dalla Grecia del colonnelli alla Spagna di Franco al Portogallo di Salazar. Oggi sembra solo storia antica. Ma io ricordo che mentre davo i miei ultimi esami alla Cesare Alfieri di Firenze (dove mi sarei laureato in scienze politiche l’anno seguente) alla mensa universitaria, nei bar, nelle assemblee studentesche i fascisti si facevano forza degli studenti greci e degli altri stati totalitari europei, molto ben collegati con i servizi segreti e con i nostri uffici di polizia politica.

Se riflettiamo soltanto sul significato dei 164 senatori a favore del divorzio e dei 150 contrari, non dovremmo fare molta fatica a capire quali tensioni e quali torsioni affaticassero la nostra vita pubblica. Per tacere dei morti. Oggi nomi come Angelo Campanella (morto a Reggio Calabria, il 17 settembre) o come Saverio Saltarelli (morto a Milano, 1l 14 dicembre, colpito da un candelotto sparato dalla polizia durante una manifestazione anarchica per la liberazione di Pietro Valpreda, ingiustamente incarcerato) non dicono niente a nessuno. Fanno volume nell’infernale contabilità dei morti di quegli anni.

C’è vaga memoria di piazza Fontana, di piazza della Loggia a Brescia, della strage alla stazione di Bologna. Ma dello stillicidio di morti negli anni di piombo non se ne sa più niente. Chi fosse la diciottenne Giorgiana Masi, morta a piazza Gioacchino Belli, a Roma, o chi sia stato Francesco Lorusso, morto a Bologna, non lo ricorda più nessuno. E chi abbia impugnato la pistola che tolse loro la giovane vita. Chi sa ha dimenticato. E fa bene, perché il carabiniere Tramontani e stato assolto, e il poliziotto in borghese di servizio a Roma non è stato nemmeno processato. Meglio rimuovere. Quel che è Stato è stato, e i cocci sono suoi.

E’ in questo clima che si è avviato il tentativo di decentrare il governo italiano attraverso l’istituto della regione, del quale oggi si pensa così male. Con questo rapidissimo cenno al contesto sociale e politico credo diventi meno oscura la ragione della serie di alternanze di uomini della Dc nelle cabine di regia appena costruite, finanziate, e dotate di sedi, di personale e di dirigenti. E perché al momento dell’avvio della macchina nuova fiammante al volante ci fossero Dc di sicura fede dorotea, o comunque centristi di ferro, e come accadde che poi ci fu un certo via vai ed una certa confusione, speculare a quanto avveniva a Roma, tra Monte Citorio, il palazzo di Madama Margerita d’Austria, moglie di Alessandro Farnese, e il palazzo del banchiere senese Agostino Chigi.

Nel 1975, dopo le elezioni del 15 giugno di cui si è già detto, con la straordinaria affermazione del Pci votato dagli undici milioni di italiani che scendono in campo al momento del bisogno (facciamoci caso, quando va bene sono sempre undici milioni!) quando l’urbinate Tiberi passa la mano al maceratese Ciaffi, dimessosi dalla Camera assieme a Bastianelli per rafforzare l’eligendo nuovo consiglio regionale, in Italia soffiava il vento del successo popolare dei comunisti e quindi delle larghe intese e del compromesso storico.

Ciaffi è stato un grande presidente perché trovò il tempo per mettere mano agli apparati burocratici mettendo in campo la nuova politica di dialogo con i comunisti. Ma “purtroppo” fu il coprotagonista dell’intesa, nella quale il Pci lo appoggiò dall’esterno avendo in compenso la presidenza del consiglio con Renato Bastianelli (l’altro coprotagonista), e corsie preferenziali per leggi di rilevante importanza. Ciaffi e Bastianelli non furono soltanto amministratori. Dalle loro postazioni riuscirono a rimotivare la partecipazione popolare, risciacquando valori e identità che stavano appannandosi.

Dato il periodo, fu indispensabile difendere rigorosamente l’ordine democratico. Ciaffi e Bastianelli ci riuscirono promuovendo mobilitazioni popolari straordinarie, dove per la prima volta dopo la Resistenza i fazzoletti rossi si mescolarono a quelli tricolori e le bandiere rosse a quelle bianche, con lo scudo crociato. Il movimento a favore della legge per il superamento della mezzadria trovò in Ciaffi un protagonista che si attirò il rancore di chi si ritenne danneggiato.

L’intesa marchigiana è

la più avanzata d’Italia

Gerardo Chiaromonte dichiarò all’epoca, in una intervista a me medesimo uscita su “Marche oggi”, che quella intesa era la più avanzata d’Italia. Bontà sua.

E un gruppo dirigente di giovani (allora lo eravamo!) crebbe e si formò attorno a quella ipotesi, costituendo il nucleo fondante dell’area riformista marchigiana (e anconetana in ispecie). Nel corso degli anni si mise addirittura in dubbio che quella intervista esistesse.

Essa è contenuta nel fascicolo 11/12, di Maggio – Agosto 1977. E’ al posto d’onore, da pagina 7 a pagina 10, subito dopo il mio editoriale intitolato “Le silenziose contaminazioni”, dedicato ai primi risultati tangibili del grande spostamento a sinistra verificatosi il 20 giugno 1976.

Ad un certo punto dell’intervista, che può essere riletta per intero, volendo, perfino a casa mia, o dovunque esista la collezione di Marche oggi, Chiaromonte dice:

Io non so se l’intesa marchigiana possa configurarsi come una sorta di passaggio obbligato anche a livello nazionale. Quello che però mi sembra certo è che questa intesa (che è, certo, la più avanzata tra tutte quelle che si sono costruite in moltissime regioni italiane) ha facilitato il processo che è venuto avanti su scala nazionale. Una delle argomentazioni più false usate dai nemici dell’intesa programmatica è stata quella che le trattative tra i partiti si svolgevano sulla testa del Paese. Questo è del tutto sbagliato perché – ripeto – la trattativa a Roma fra i partiti sarebbe stata del tutto inconcepibile al di fuori di quel processo unitario che si è sviluppato nel paese dal 15 giugno 1975 in poi”.

Quando però purtroppo Berlinguer sancì la svolta di Salerno e la fine delle intese Ciaffi subì un colpo non mortale, ma tale da aprire il varco all’area di Nepi e dei suoi amici che da tempo contestavano da destra le intese e il superamento dei patti di mezzadria. Ma il colpo più duro Ciaffi lo ricevette in seguito, quando l’organismo dirigente regionale del Pci respinse l’idea di una nuova giunta Ciaffi.

Dimostrare oggi perché la Giunta Ciaffi e la presidenza del Consiglio Bastianelli siano stati il punto più alto della vita pubblica regionale non è facile. Ancora sono vivi i rancori, le ferite di allora (sono in vita coloro che furono feriti e coloro che ferirono) non sono del tutto tamponate né – meno che mai – rimarginate. Eppure occorrerebbe calarsi nelle problematiche di quegli anni per capire (a 37, 38 anni di distanza) quanto fossero fragili i confini tra le rispettive convinzioni e quanto poco ci mancò per realizzare quel modo nuovo di fare politica che si basava sul rapporto unitario e solidale tra tutte le forze democratiche e popolari.

Chi fosse interessabile potrebbe sfogliarsi, oltre al numero 11/12 con l’intervista a Gerardo Chiaromonte, anche il numero 14 della rivista “Marche oggi”, pubblicato nel dicembre del 1977.

Contiene un mio editoriale entusiasta della nuova politica appena avviata, un pezzo di Renato Bastianelli sulla risposta politica al dilagare della violenza, una nota di Sivio Mantovani a trenta mesi dall’intesa marchigiana e nel vivo delle trattative interpartitiche per la rielezione dell’Ufficio di Presidenza, e un saggio di Vito D’Ambrosio, reduce dall’avere organizzato il convegno della rivista “Giustizia e Costituzione” a Senigallia, dedicato alla “partecipazione popolare nella Costituzione repubblicana”.

Avevo seguito quel convegno con molto interesse. Vito D’Ambrosio non era né molto conosciuto né molto amato nel mondo piccolo della politica regionale. Fui io a seguirne i primi passi all’interno della sinistra, immaginando che potesse essere una delle molle del complessivo rinnovamento. Ne avevo apprezzato gli atti compiuti come “pretorino” d’assalto. Mi aveva impressionato il suo modo di condurre l’inchiesta su un mezzo pestaggio subito da Carlo Ciccioli, che si concluse con l’assoluzione del colpevole perché il fatto non poteva dirsi reato. E altre azioni coraggiose contro l’abusivismo edilizio.

Lo accompagnai per la sua prima volta in quel mondo che frequentava pochissimo infilandolo tra il pubblico del “palazzo del mutilato”, dove si teneva il Consiglio regionale all’epoca presieduto da Giancarlo Scriboni. Molti si mostrarono incuriositi, oltre la vetrata che rendeva l’aula una sorta di acquario. Alcuni apparvero turbati.

Oggi è facile tranciare giudizi sulle due legislature di D’Ambrosio, e sui suoi limiti. Ma per essere onesti occorre risalire alle miserie di quegli anni indecisi e violenti.

Facendo ancora una volta autocritica per non avere ostacolato. Anzi, addirittura per avere favorito con convinta incoscienza. Non è facile essere maturi al punto di prevedere i guai a venire e impedire che si verifichino. Anche se, se non ricordo male, la decisione di portare candidato Vito D’Ambrosio passò di stretta misura al comitato regionale del Pci.

Pure Vito D’Ambrosio

fa capolino nel 1977

I contributi di Mantovani e di D’Ambrosio vanno riletti oggi, con il senno di poi. Silvio non si dimostra appiattito sull’intesa, né appare ostile. Dice che nel momento del nuovo patto che si stava stipulando “… quand’anche tutto fosse andato nel migliore dei modi in passato, le esigenze dell’oggi imporrebbero comunque un profondo rinnovamento dell’azione regionale”.

Ma poi il finale è incalzante: “Non sono tra quelli che sottovalutano l’importanza del dibattito aperto dentro la Dc e che sembra avviato verso soluzioni positive per l’avvenire democratico del paese, ma i tempi non possono essere … ecc”. “Nelle Marche le contraddizioni sono meno drammatiche, perchè il livello di unità raggiunto è più alto, ma anche da noi è evidente la contraddizione tra il superamento, che si afferma acquisito, della pregiudiziale anticomunista e il non pieno coinvolgimento del Pci nelle responsabilità di governo”.

Su queste contraddizioni della Dc e del Pci seppe inserirsi Emidio Massi, socialista, consigliere regionale dal 1970, nato ad Ascoli Piceno ma segretario della Camera del Lavoro di Ancona dal 1952 al 1963 e poi segretario provinciale del Psi di Ancona dal 1952 al 1970, aprendo la stagione delle giunte ad egemonia socialista che durò quasi vent’anni e affermò nei fatti il ruolo principale del capoluogo di regione, Ancona, rispetto ad ogni altro territorio. Città del resto laica e antifascista, Ancona per molti versi rappresentava allora il punto di equilibrio e di mediazione tra forze politiche e sociali di differente provenienza, che il Psi riuscì a rappresentare governandone le contraddizioni. Il Pci si accontentò di coltivare la propria diversità, opponendosi. E perdendo l’occasione di essere espressione di ceti e culture che pure lo votavano ma restavano congelate fuori della porta della giunta, con Massi che fingeva di avere la delega di tutta la sinistra nel gestire la vita pubblica.

Rodolfo Giampaoli, di Pesaro, presidente dei laureati cattolici, e presidente del consiglio regionale dal 1980 al 1990, e Gaetano Recchi, nato in Offida, assessore dal 1980 al 1993 nell’assessorato che nel 1993 andrà a Gian Mario Spacca, furono presidenti per mezza legislatura a testa. Era la quinta legislatura regionale. Quella che cominciò nel 1990 e terminò nel 1995. Fece volume, secondo la proposta interpretativa di Ennio Flaiano.

Dal 1985 al 1990 nell’Amministrazione provinciale di Ancona si erano sgangherate le alleanze. Nel 1983 si era costituito il primo governo Craxi, con il patto che dovunque fosse possibile si sarebbe governato senza e contro il Pci. Le elezioni del 1985 – vinte dal Pci, premiato dall’elettorato per la qualità della sua amministrazione con un consigliere in più – furono l’occasione per ribaltare le alleanze e insediare Tommaso Mancia al vertice del palazzo di vetro di corso Stamira. Erano tempi di “rivolture”, sicché anche in Regione si navigava a vista.

Del resto anche i primi due presidenti (Giuseppe Serrini e Dino Tiberi) restarono in carica soltanto per metà legislatura ciascuno facendo sostanzialmente volume, evidenziando la difficoltà delle forze politiche di tutta la regione di entrare in relazione con il nuovo istituto di decentramento e di autogoverno delle popolazioni.

L’avvicendamento di Recchi, socialista del sud (Offida, patria di molti politici marchigiani, ieri come oggi), e di Giampaoli, democristiano vicino a comunione e liberazione, pesarese, evidenziano invece la difficoltà dell’alleanza allora egemone (il centro sinistra con esclusione dei comunisti) a superare la tempesta nazionale scatenatasi alla fine degli anni novanta del secolo scorso che, con la vicenda Cemim, sbagliata nel merito, esageratamente enfatizzata da tutte le forze politiche ed esemplare per capire quanti effetti deleteri portò la giostra di “mani pulite” riproposta in periferia, lambì anche i vertici politici Marche portando avvisi di garanzia anche all’onorevole dc Giuseppe Mario Albino Fortunato e al presidente dc Rodolfo Giampaoli, per il Cemim e non solo. Per evitare di trasformare questi appunti in un libro devo fare l’impossibile per non collegare le vicende regionali a quelle del Comune di Ancona e della Amministrazione provinciale, che mi capitò di frequentare parecchio, diventandone anche presidente (per un solo anno e quattro mesi, dall’ottobre 1992 al febbraio 1994). Tuttavia, pur lasciando fuori Ancona e la Provincia, mi tocca l’obbligo di autocriticarmi. Anch’io mi rassegnai all’onda giustizialista, nominai una commissione di inchiesta e non dissi mai quello dico ora, abbandonando Nazzareno Garbuglia a tutte le ignominie che gli toccarono.

Ovviamente non fui il solo. Ma non è una scusante. Anzi.

Finisce la prima Repubblica,

e nasce la seconda

Nel 1990 muore Sandro Pertini (24 febbraio). Si riuniscono le due Germanie. Berlino torna capitale. Le prime elezioni della Germania unificata registrano il successo pel partito cristiano democratico di Helmut Kohl. Il 31 gennaio del 1991 a Rimini si scioglie il Pci e viene costituito il Pds. Comincia l’ennesima diaspora del popolo comunista.

Nel 1992 A Milano Mario Chiesa, presidente del Pio Ospizio Trivulzio, viene preso con le mani nella marmellata delle tangenti. Sembrò un episodio minore. Craxi parlò di “un mariuolo” isolato, invece era l’inizio della valanga che travolse il Psi e molti altri partiti. Nei territori, le reazioni furono di diverso segno, ma ci furono dovunque e meriterebbero inchieste serie e severe. Dilagarono giustizialisti “de noantri”, imitatori dell’eroe del giorno, Antonio -di Pietro, e folle pronte a scegliere Barabba, se il tam tam mediatico lo avesse proposto.

L’otto giugno 1995 viene fondato l’Ulivo di Romano Prodi.

Quindi: Mani pulite e avviso di garanzia a Craxi. L’Ulivo di Prodi. La scomparsa di quasi tutti i partiti protagonisti della vita pubblica della cosiddetta “prima repubblica”. Questo è l’antefatto nazionale, che segna il confine tra la prima e la seconda repubblica.

Nelle Marche (patria del compagno G. al secolo Primo Greganti da Chiaravalle, e del tesoriere nazionale del Pci, Marcello Stefanini) diventano egemoni gli eredi del Pci e l’Ulivo, in quanto alleanza di centro sinistra dall’interno della quale gli eredi del Pci evitavano timorosamente di proporsi come vertici di enti locali e di assemblee regionali.

Fu il momento degli indipendenti, dei compagni di strada. Degli avvocati indipendenti, che credevano possibile amministrare Jesi continuando a fare la loro professione, e di altre sciocchezze che in certa differente misura permangono perfino oggi. I magistrati erano preferiti, per chiarire il tasso di pulizia delle mani del centro sinistra a prevalenza comunista.

Da Vito D’Ambrosio

a Gian Mario Spacca

Sicché nel 1955 Vito D’Ambrosio è presidente di una compagine che fa riferimento all’Ulivo (Pds, Prc, PdD, FdV, Pri). La seconda giunta D’Ambrosio è una replica della prima, o quasi, con singolari scelte assessorili e con l’egemonia di funzionari e di assessori catto comunisti.

Ne patirono molto le aree protette, che videro smantellata la manifestazione “Parco produce”, la risorsa cultura delegata a un personaggio esterno alla giunta e di assoluta fiducia di D’Ambrosio: Nazareno Re, molto preparato ma sintomo di equilibri che accantonavano i contenuti. E molti altri settori si incartarono in una contraddizione ideologica analoga a quella che complicò le cose nelle successive due giunte Spacca.

Anche a questo proposito mi tocca autocriticarmi. Attaccai il presidente D’Ambrosio sulla mia materia (i parchi marchigiani) senza sconti e molto pubblicamente mettendomi contro gli assessori al ramo e anche alcuni dirigenti dei parchi cerchio bottisti o totalmente opportunisti. Ma l’autocritica devo farla sul giudizio complessivo, che non mi azzardai a dare in nessuna delle molte sedi di partito che frequentavo, e dove D’Ambrosio non aveva evidenti nuclei di resistenza, pur essendo molti gli aspetti criticabili nella sua gestione.

Tutti, nella sostanza, appoggiavano la formula e si disinteressavano dei cosiddetti “dettagli”, applicando la formula “Sbilanciarsi poco, impicciarsi mai”.

Arrivata alla fine di confronti all’arma bianca, nel corso dei quali era stata respinta la riedizione di una presidenza Ciaffi, si era dapprima appoggiata dall’esterno, assieme alla Dc, la primissima giunta “laica” di Emidio Massi per poi opporsi alla medesima, appoggiata dall’esterno dalla sola Dc, che infine entrò in giunta con Massi.

Il dopo Massi non fu una passeggiata per Vito D’Ambrosio, che al comitato regionale del partito di maggioranza relativa passò di stretta misura, con molte riserve di sostanza. Che in seguito si dissolsero, come neve al sole, proprio quando avrebbe avuto più senso riproporle e farle pesare.

Quindi due giunte e due legislature catto comuniste, giustizialiste e continuiste nelle alleanze e nelle politiche principali. Con un partito domato e prono. Alla cui guida si succedettero segretari (e segretarie) dei quali meriterebbe ragionare seriamente.

Tutto tra molte virgolette, naturalmente. E con necessità di approfondire meglio.

A differenza di quello che accadrà nella seconda giunta Spacca, che sarà molto diversa dalla prima quanto ad alleanze, inventando il cosiddetto “modello Macerata” che in ultima analisi comportava la rottura con la sinistra e l’apertura al centro, la prima giunta Spacca è la prosecuzione dell’alleanza che appoggiava D’Ambrosio. Della quale Spacca era del resto il vicepresidente.

Inciso: Gianmario Spacca entra in consiglio regionale nel 1990 (nel 2014 fanno 24 anni) e a fine 1997 viene nominato assessore all’artigianato, industria, formazione professionale e lavoro nel 1993 (nel 2015, quando scadrà da presidente, sarà stato consigliere per un quarto di secolo, e saranno 18 anni di permanenza ininterrotta in giunta regionale; record assoluto per le Marche. Emidio Massi, pur essendo stato vice presidente di Adriano Ciaffi e tre volte presidente è stato consigliere regionale “solo” dal 1970 al 1990, per 20 anni; e per 18 anni è stato in giunta, dalla fine del 1997). Fine dell’inciso.

Lo “Spacca II” nasce con una serie di colpi di scena. Vengono allontanati i partiti di sinistra radicale, e si inventa un “modello Macerata” , in seguito pomposamente indicato da alcuni come “Modello Marche” (Pd, IdV, Udc, Api, FdV) poco discusso nel partito democratico e poco amato dai livelli inferiori e periferici, che quando amministravano comuni o province preferivano il vecchio modello di alleanza. Con l’eccezione di Macerata, naturalmente.

Il “modello Macerata”

si afferma ma non convince

Da questa “falsa partenza” comincia un percorso che punta all’ipotesi di una crescita nazionale dell’area di centro (Udc, ma anche il neonato partito di Mario Monti, scelta civica, che poi diventerà Scelta civica per l’Italia, e poi “Scelta europea con Guy Verhofstadt”, alla quale aderirà Maria Paola Merloni e la famiglia Merloni in genere).

L’ipotesi raccolse molti aderenti. E Spacca ritenne venuto il momento di prefigurare un proprio spazio di centro, che si chiamo’ Marche 2020.

Purtroppo per lui e per “Scelta europea” le varie elezioni che si succedettero e in particolar modo quelle europee segnarono la netta sconfitta dell’ipotesi centrista. Su quel fallimento si giocarono il futuro politico nomi illustri. A cominciare da Bruno Tabacci e Michele Boldrin, fino a Oscar Giannino e alla corrente “imprenditoriale” di Alberto Bombassei, Andrea Romano, Stefania Giannini e Linda Lanzillotta, che dall’esperienza trassero l’indicazione di un rapido riavvicinamento al Pd e soprattutto a Matteo Renzi.

Sicché il “modello macerata” e il modello Marche persero il loro fascino e la loro stessa ragione di essere.

Resta oggi una irrisolta ambiguità sul carattere di “Marche 2020”. E’ una associazione culturale che fa riferimento al Pd, o è invece la premessa per la futura lista personale di Spacca. Probabilmente non lo sa nemmeno lui.

Ma è evidente che sul terreno dell’orientamento politico Spacca ha sbagliato direzione. E siccome non esistono uomini per tutte le politiche e per tutte le stagioni questo passaggio è una sorta di spada di Damocle sulla sua testa, nel caso, ipotetico, che si rifletta in sede di consuntivo su temi di questa natura.

Inoltre la sua indiscutibile formazione industrialista (dirigente della Fondazione Aristide Merloni e altro ancora) gli rendono difficile riconvertire la politica industrialista di scuola classica e del privilegio della manifattura di prima generazione (quella dei distretti e del “piccolo è bello”, oppure quella del fin troppo esaltato “metalmezzadro” merloniano) a quanto appare oggi indispensabile nel settore della green e della blue economy, da sperimentare nella rete delle aree protette per poi aggiungerlo al modo più tradizionale di intervenire nell’ economia nuova in questa fase molto diversa dal passato. La vendita dell’impero Merloni diventa simbolo di una modernità marchigiana dove occorrono politiche altrettanto moderne, incardinate su valori da sempre nostri ma declinate su paradigmi e protocolli innovativi.

Spacca butta la palla in tribuna, organizzando pregevoli politiche di area vasta (la macro regione adriatico ionica, che peraltro non nasce con lui, essendo la prosecuzione di aggregazioni di municipi costieri e di regioni adriatiche già avviate con successo dagli amministratori che lo hanno preceduto nell’impresa, e dai sindaci del capoluogo di regione) ma non appare convincente come locomotiva delle nuove politiche verdi o blu.

Verso le conclusioni:

il califfato di Spacca

Quindi il giudizio sugli anni di Spacca non può essere né liquidatorio né apologetico. Escludendo il servo encomio ed il codardo oltraggio si può dare a Spacca quello che è di Spacca, riconoscendone le qualità e le capacità, e le doti di tenuta nel tempo, che tuttavia mi pare non lo trasformino in superstatista capace di essere tale in tutte le stagioni, sbaragliando ogni concorrente e bloccando ogni rinnovamento.

Esattamente ora, dette e controfirmate queste cose piuttosto impegnative, devo registrare una tesi che riferisco, senza avere avuto l’opportunità di verificarne la validità.

Si tratta di un differente punto di vista, che consiglia una interruzione dell’esperienza amministrativa di Spacca perché fortemente negativa, in ordine ai metodi di governo praticati.

In sostanza secondo questa tesi – sostenuta da più di un osservatore politico di vasta esperienza,– Spacca, soprattutto nel suo secondo mandato di presidenza, avrebbe praticato un complesso di modi di gestione della cosa pubblica diventati sistema di potere personale, fortemente dannoso in quanto in grado di disorientare chi si rapportasse con l’ente regione senza spirito critico e senza sufficienti nozioni culturali, lasciando credere che quello sia il solo modo di muoversi e il migliore degli stili di governo, quando invece – al contrario – si tratterebbe del peggiore o quasi (“scelte sconsiderate di sottogoverno”, sostiene qualcuno).

Altri osservano che “se si farà una analisi dei provvedimenti, quelli presi e quelli mancati, degli obbiettivi proclamati e dei risultati, del tasso di riformismo e di innovazione, del funzionamento degli apparati e del ruolo del Consiglio, si vedrà che la giunta Spacca ha combinato ben poco e male”.

Riporto le osservazioni per il rispetto che ho nei confronti di coloro che le hanno elaborate, con beneficio di approfondimento più dettagliato. E’ una riflessione su questioni così importanti da non poterle nascondere sotto il tappeto. Non so se e quando riusciremo ad affrontarle in modo approfondito. Ma sarebbe la cosa giusta da fare.

A questi vari giudizi va accompagnato – appunto -, senza populismi e senza cadute di stile demagogiche, il ragionamento sul rinnovamento, dopo le sue quattro legislature, pari a 24 anni di permanenza in consiglio regionale e a oltre 18 anni di presenza ininterrotta nella giunta come assessore, vicepresidente e presidente. Aggiungendo due ulteriori considerazioni di valore più generale.

Il caso Spacca appare esemplare per riflettere con spirito critico ed autocritico sulla incapacità del maggiore partito italiano (e oggi perfino europeo, almeno nella famiglia socialista) di gestire il fine carriera in un ruolo di personaggi pubblici di dimostrato valore. Un tempo alcuni politici si guadagnavano il titolo ambiguo e ambivalente di “notabile”, a partire dal dato di fatto che il loro curriculum li abilitava ad essere in nota, nel pacchetto di coloro che andavano utilizzati in altre funzioni pubbliche.

Il fatto che a Gian Mario Spacca non sia stato ancora proposto niente di alternativo (secondo un malcostume ormai invalso e generalizzato) lo costringe purtroppo ad aggrapparsi ad un ruolo e ad una poltrona che probabilmente diventa ogni giorno più scomoda anche dal suo punto di vista, ma che non intende abbandonare senza alcuna prospettiva chiara sul suo futuro. Qualcuno a Roma o in Ancona ha il dovere di porsi questo problema, e soprattutto di risolverlo, nell’interesse dei marchigiani? Non lo so più. Un tempo l’avrei saputo.

Oggi è tutto moderno. Peraltro ho provato a porre in discussioni riservate questa questione e da parte dei più mi è stato risposto che se qualcuno nel partito di oggigiorno avesse il potere di confezionare carriere si otterrebbero risultati molto negativi, su un crinale scivoloso che andrebbe dalla costruzione di un pericoloso centro di potere senza contrappesi a scenari ancor più negativi inquinati da corruzione e sottogoverno. Vai a cercare di risolvere … E poi, è sicuro che non esista uno o più centri che esercitano quel potere brutalmente e senza mediazione alcuna? Sarei portato a rispondere che esiste.

Chi e che cosa

va rappresentato

Seconda sotto questione. La rappresentanza geo politica. Sfogliando le carte e restando in sede storica si nota che mai un presidente di regione Marche è uscito dalla scatola che contiene chi possiede una esperienza ed una formazione di area comunista.

Spacca può essere considerato il più duraturo e il più riuscito presidente espresso dalla cultura democristiana. Vito D’Ambrosio è stato un magistrato prestato alla politica e portatore di quel tipo di formazione che potremmo definire “togata”.

E ogni altro è stato espressione delle culture democristiane e socialiste. Prima ancora di occuparci di geo politica occorrerebbe sanare questo vulnus.

E’ un evidente errore – prodotto dalla Storia, naturalmente, e non da loschi intrighi – non consentire alla cultura politica di almeno la metà se non dei due terzi dei marchigiani di dare prova di se e di rappresentare la propria gente al vertice dell’istituto regionale.

Dopo di che tocca prendere in considerazione il tema paludoso e inquietante della rappresentanza dei territori, riflettendo sull’utilità della regola non scritta eppure vigentissima di nominare almeno un assessore per ciascuna provincia. Tale pratica rende sempre più difficile la visione d’insieme nell’organizzazione del lavoro di ciascun assessore, e non risolve la rappresentanza, essendo le Marche una litigiosa confederazione di campanili, spesso in conflitto tra loro su vertenze confinarie.

Rappresentare davvero le città marchigiane in un equilibrio che le soddisfi tutte è impossibile, e probabilmente anche se ci si riuscisse si sbaglierebbe perché non si combatterebbe frontalmente il principio, che è dannoso per l’unità delle politiche da gestire e per la crescita solidale del popolo o delle popolazioni insediate tra il Foglia e il Tronto complessivamente intese. Indivisibilmente.

Quindi a me parrebbe necessario ribadire l’utilità di un presidente anconitano e di formazione comunista italiana, pluralista e dialogante. Se detta così qualche cervellino (o cervellone) si turbasse si può anche dirla in altro modo: passare dalla rappresentanza dell’area di formazione democratico cristiana alla rappresentanza dell’area di formazione riformista, laica e socialcomunista, nel solco della eredità repubblicana, socialdemocratica e antifascista che – ad esempio – ha amministrato Ancona da lunga pezza. A mio modo di vedere la sincerità è sempre rivoluzionaria, ma anche il piano b mi soddisferebbe.

Del resto è necessario reagire ad un intoppo nel percorso di fusione a freddo del partito democratico, che avrebbe dovuto mescolare e guardare avanti, mentre al contrario ha soltanto associato gruppi di potere ciascuno composto da ex che ci tengono ad essere tali. Si sono attuate pulizie etniche. Si è cercato di costruire califfati di ex.

Di fronte a questa realtà diventa indispensabile un avvicendamento, al limite perfino di “califfi”, ma se possibile di politici esperti e di testa plurale, sempre nella prospettiva della fusione e delle correnti a base culturale e propositiva e non a puro scopo di creare comitati elettorali.

Ovviamente è la mia posizione, che può essere discussa, contestata e contrastata.

Ma spero che nessuno neghi l’evidenza. Marche 2020 non è né una lista né una associazione.

E’ un “califfato” di ex popolari, aperto ad eventuali cani sciolti e a capitani di ventura in cerca di condotte. Mi pare, quindi, che alcuni argomenti depongano a favore, e soprattutto che nella città di Ancona esistano figure di compagni già sperimentati nel lavoro amministrativo (del consiglio regionale o del vertice comunale) che potrebbero ben gestire la prossima difficile fase di vita regionale, che andrà sotto il nome di decima legislatura.

Ho scritto “compagni” e lo ripeto. Per capirci bene: chi userebbe seriamente l’espressione “il compagno Spacca”? Ci sarà una ragione, no?

Alcuni dirigenti politici che hanno avuto modo di leggere questo testo in anteprima mi hanno fatto notare il rischio di fare il gioco dell’area più moderata ponendo la questione del superamento di ogni “califfato” e del riequilibrio dei danni di quello bianco, senza avere la certezza di poter tamponare o capovolgere il fenomeno oggi in atto.

Addirittura c’è chi dice che alzare questa vecchia bandiera potrebbe essere un aiuto insperato a “Marche 2020” e a quanti potrebbero rispolverare il vecchio “scudo” democristiano contro il “pericolo rosso” incombente, che fu tanto utile per puntellare l’antica convenzione ad escludere, ancora presente nelle menti e nei cuori di parte del gruppo dirigente del partito democratico marchigiano. Si tratta di osservazioni pertinenti.

L’eventuale discussione sul punto sarebbe peraltro utilissima per testare il livello di sgangheramento raggiunto da questo tipo di contrapposizioni identitarie, e per prendere atto delle nuove mostruosità ideali (occhio, non scrivo ideologiche: “ideali”, dico) eventualmente formatesi attorno al nocciolo della demagogia e degli slogan renziani diffusi e ripetuti a pappagallo negli ultimi tempi.

Non escludo che la dispersione delle memorie storiche e l’epidemia di sciocchezze messa in campo dopo le Leopolde abbiano reso il terreno del confronto ideale ed identitario paludoso e infrequentabile. Dal terribile “Se questo è un uomo” di Primo Levi si potrebbe passare a “Se questo è un partito” uscendone da destra o da sinistra (e restando, dopo, come il gatto in una stanza vuota dell’omonima poesia della Szymborska), oppure accettandone la pure insopportabile leggerezza dello spessore culturale.

Del resto, è dai tempi di Sodoma che viene sconsigliato di voltarsi indietro, per non diventare statue di sale. Andiamo avanti salendo tutta la torre di Babele. Magari su in alto il panorama sarà migliore.

Detto tutto questo con la necessaria onestà intellettuale, e riflettuto alquanto sul tema, resto del parere che il superamento del “califfato bianco” cercando di evitare lo speculare “califfato rosso” grazie alla cultura pluralista e alla ricerca dell’unità distillate dal comunismo italiano d’antan, possa (debba?) essere cartina di tornasole dei tempi che viviamo, e che ci prepariamo a far vivere all’istituto regionale, al regionalismo, al confronto ideale e culturale, alla partecipazione popolare nei partiti e nelle istituzioni. Mi pare siano i “fondamentali” da stanare e da toccare con mano.

Se davvero oramai fare politica significasse solo tentare di assicurarsi porzioni di potere per gestirlo nel proprio interesse vivendo alla giornata sotto qualsiasi insegna e sotto tutte le bandiere, occorrerebbe chiarircelo fino in fondo.

Se invece le culture ci fossero, e fossero una evoluzione importante di quelle che ha conosciuto la mia generazione, sarebbe molto importante scoprirne i confini nella realtà marchigiana, non solo per aderire o allontanarsene, ma anche per inserire tra i criteri di scelta del successore di Spacca il possesso di quella nuova cultura e magari anche la sua capacità di raffinarla e di completarne la capacità di incidere sui temi e di risolvere i problemi.

Faccio notare en passant che uno degli argomenti di chi è contrario ad un Senato composto anche di consiglieri regionali che si auto eleggerebbero è la ripugnanza a trasferire in Senato “il ceto politico peggiore e più corrotto d’Italia”. Le virgolette significano una mia presa di distanza dal contenuto della citazione, che pure circola parecchio, senza che nessuno apparentemente abbia la forza o la sensibilità di contrastarla, magari anche con una denuncia per diffamazione. Se siamo a questo punto, a me pare impellente la necessità di mettere in campo nuove e vere competenze, e nuove inattaccabili coscienze. Se poi risultassero uscite dal laboratorio politico dei comunisti italiani (e marchigiani) troverei il particolare non di poco conto.

Sempre restando all’interno del mio personale diritto-dovere di formulare giudizi e proposte aggiungo di essere del tutto critico nei confronti del tentativo di allungare i tempi delle decisioni con la “pippa” dell’approfondimento programmatico che mi pare prescinda dal resoconto del già fatto e del da farsi che potrebbe essere elaborato da chi in regione gestisce davvero i vari settori.

Quando si andrà in campagna elettorale si dovrà rendere conto del già fatto, e si dovranno prospettare cose nuove che di certo saremmo in grado di fare, evitando voli di fantasia che poi ci si rivolterebbero contro.

Dal programma

ai candidati

Quindi, se io avessi le redini regionali del maggiore partito delle Marche chiuderei in una stanza una decina tra funzionari e assessori e mi farei consegnare due compiti: il consuntivo dell’attività svolta nella nona e le proposte per la decima legislatura. Sulla base di questi due documenti cercherei di consultare gli organismi ai vari livelli e le varie sensibilità dell’elettorato e scriverei il programma elettorale, chiamandolo prima bozza e affidandolo alla clemenza della sorte.

Il lavoro vero, duro e che ha tempi non sbrodolabili è invece quello della scelta degli alleati (nel senso delle forze politiche che presenteranno liste alle elezioni e che noi potremmo associare al nostro cammino). Ho la mia idea di alleanza. Altri ne hanno altre, simili ma non troppo, o addirittura opposte.

Parliamone seriamente, analizzando pro e contro. Senza ripeterci slogan in odore di tramonto o di malinconico e non elaborato invecchiamento. Lasciamo stare la vocazione maggioritaria, il modello Macerata, e la attrattività del centro. Ma prendiamoci un poco di tempo per studiare bene la pratica, eventualmente con qualche botta di sondaggi, per capire bene come la pensano gli elettori marchigiani. E poi decidiamo, magari votando.

Dopo di che comincerà l’inevitabile rito delle riunioni interpartitiche sui programmi, che chi vorrà si godrà, essendo noto a chi ha la mia età politica che in quelle stanze non si parla davvero di programmi ma, per interposto programma, di assessorati, di vice presidenze di giunta o di consiglio, di enti strumentali e via elencando, che sono tutte cose che fanno parte della vita politica e che tocca subire, soprattutto se si è giovani dirigenti regionali.

Pro e contro

le primarie

Dietro l’angolo ci sono, naturalmente e fisiologicamente, le primarie di coalizione, così come recitano i nostri venerabili statuti.

Al cosiddetto congresso regionale abbiamo fatto i puntigliosi esattamente sulle regole statutarie. Sicché sarebbe curioso che adesso ci inventassimo trasgressioni di vario ordine e grado.

Sul punto io credo che tutto il partito, dai circoli al segretario nazionale, abbiano diritto e dovere di mettere bocca. La cosa più autolesionista sarebbe giocarsi la questione ai dadi. Cercando una unità di facciata dove non può esserci, fingendo di non vederla dove comincia a delinearsi, e rifiutando di preparare la scelta, sia nel caso che si vada alle primarie, sia che le si eviti.

Le primarie sono una importante risorsa che va gestita con le molle perché può produrre danni di lungo periodo, come rilevano studi molto seri usciti in queste settimane sulla rivista “Party Politics”.

Uno dei saggi ha studiato gli effetti delle elezioni primarie svoltesi in municipi superiori a 10.000 abitanti. Il risultato è che si è verificato che il sistema delle primarie “un militante, un voto” è stato in generale ricompensato nelle urne. Tuttavia quelle stesse primarie e quel medesimo sistema producono o sono soggetti a una grande variabilità di partecipazione popolare, aumentando l’instabilità.

Inoltre l’ironia degli accadimenti fa si che uno strumento predisposto per aumentare la contendibilità e la competizione interna ai partiti possa finire per ridurla, soprattutto perché risulta molto favorito il candidato più conosciuto, che in genere è l’uscente che si ricandida. Nel nostro caso, Spacca.

Il politologo Richard Katz afferma che le primarie possono dare l’apparenza della democrazia senza averne la sostanza. Il libro di Politikon, uscito in Spagna con il titolo “La urna rota”, 2014, denuncia “il rischio di un sistema cesarista nel quale le basi si limitano ad eleggere, o a volte a ratificare, un leader che a quel punto è liberato dai contrappesi interni”. “Questo rischio può disincentivare gli iscritti più motivati, quelli che erano entrati nel partito per cambiare il mondo”.

Jonathan Hopkin osserva che se si elimina il “differenziale di influenza” tra chi sceglie attraverso le primarie, è probabile che i partiti possano privarsi di persone ideologicamente impegnate e fare il pieno di coloro che in Canada sono stati chiamati “militanti istantanei”.

La stampa spagnola, riferendo questo dibattito in corso all’interno del Psoe, lo riassume dicendo che si sta ricercando un punto medio virtuoso tra due estremi: una democrazia che dissolve e un apparato che ossida. E con un altro paragone che cerca di dire la stessa cosa, si dice che se la tendenza a democratizzare le scelte attraverso primarie e quant’altro corrisponde ad innaffiare fiori, si tratta di capire che i fiori possono deperire e morire se li si innaffia poco ma anche se li si innaffia troppo. Si tratta, ancora una volta, di trovare il giusto equilibrio.

Sicché, tornando alla decima legislatura regionale marchigiana, se dovranno essere primarie occorrerà dosare bene l’acqua, e individuare il giusto dosaggio tra il lavoro degli apparati e quello dei votanti nelle primarie. Soprattutto se Spacca si dovesse presentare … come privatista (non essendo intervenuta una proposta accettabile dal centro del partito: sottosegretario, ministro …) sarà decisivo scegliere un solo candidato anconetano e di formazione comunista.

Verso un percorso

misto”

Si potrebbe individuare un percorso misto. Una consultazione del tipo di quelle che si facevano prima di scoprire le primarie per decidere il candidato del Pd alle primarie di coalizione. Dopo di che dovrebbe esserci un lavoro eccezionale di tutto il partito per farlo vincere con largo margine di distacco.

Non riesco a capire perché mai questo pacco di decisioni non potrebbe essere messo in campo subito, ai primi di settembre, alla ripresa. Tirare per le lunghe con la scusa del percorso programmatico (che non si capisce come interferirebbe) servirà soltanto ad aumentare le tensioni, la confusione, le autocandidature e le autosupponenze.

Completando ulteriormente il quadro mi preme aggiungere che quello che chiamo “califfato bianco” (ma potrebbe anche chiamarsi “califfato merloniano”) non è affatto ignorante, né privo di radici culturali ottime e abbondanti. Il filone cattolico nelle Marche ha espresso cose grosse anche in campo culturale. Si pensi ad Urbino e al lavoro di Gastone Mosci, a Fano, con l’impegno di Valerio Volpini e della sua rivista “Il Leopardi” che lo portò a Roma a dirigere l’Osservatore romano. Si pensi ad Alfredo Trifogli, alla fondazione Merloni e quindi anche a Spacca, a Franco Foschi e al Centro di studi leopardiani di Recanati, ad Adriano Ciaffi e potrei continuare. Sicché deve essere chiaro che è fisiologico che nelle Marche chi la pensa come Spacca si riconosca portatore di un sistema di valori e di speranze. Il problema, che già segnalai a Valerio Volpini all’epoca e che ci vide “duellare” in convegni oggi giustamente dimenticati, è la monade integrale (integralista) che il mondo colto cattolico pone attorno a se medesimo. E’ possibile che analoga cortina impenetrabile sia presente al confine tra la cultura di formazione comunista italiana ed il resto dei marchigiani sapienti e operosi? Non saprei. D’istinto negherei la circostanza in ragione dei valori pluralisti e dialoganti intrinseci alla formazione che io stesso ho avuto. Ma è possibile che – come risposta agli integralismi altrui, o per soggettiva vocazione all’arroganza e alla solitudine – anche “noi” fossimo o siamo ancora esclusivisti e scostanti.

Ma perfino in questo caso, che metterei nella colonna delle possibilità, sarebbe molto importante rivendicare una alternanza, con l’avvertenza di abbattere ogni muro di Berlino e ogni muraglia cinese, ma con la preoccupazione di fare entrare una buona volta nella cabina di regia anche questa parte di marchigiani che è stata nel tempo discriminata. Spero di essermi spiegato.

Difendendo sempre l’allegria, e il comunismo nella libertà, saluta cordialmente

il 8 – 8 – 2014

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